Come aiutare i dipendenti stranieri a imparare l'italiano (per HR)
Sempre più aziende italiane assumono persone da altri paesi: sviluppatori, ricercatori, tecnici, personale sanitario, lavoratori della logistica e del turismo. Spesso la lingua di lavoro iniziale è l'inglese, ma la vita in Italia (e gran parte della vita in azienda) si svolge in italiano. Chi non parla la lingua resta escluso dalle chiacchiere alla macchinetta del caffè, fatica con la burocrazia e, a volte, finisce per sentirsi isolato e cambiare lavoro.
Per chi si occupa di risorse umane, sostenere l'apprendimento dell'italiano è un investimento concreto nell'integrazione, nella sicurezza e nella permanenza delle persone. Ecco come impostarlo in modo realistico.
Perché conviene all'azienda
- Integrazione e clima: chi capisce le conversazioni informali si sente parte del gruppo.
- Sicurezza: in magazzini, cantieri, laboratori e ospedali, capire istruzioni e avvisi è essenziale.
- Rapporti con clienti e fornitori: molti interlocutori locali preferiscono, o richiedono, l'italiano.
- Permanenza: chi si trova bene anche fuori dall'ufficio ha più motivi per restare.
- Benessere personale: medico, scuola dei figli, affitto, banca. Una persona serena nella vita privata lavora meglio.
Obiettivi realistici
Uno degli errori più comuni è aspettarsi troppo, troppo in fretta. Imparare una lingua richiede tempo, e chi lavora a tempo pieno ha energie limitate.
Alcuni riferimenti utili, da adattare al ruolo:
- Primi 3 mesi: sopravvivenza quotidiana. Salutare, presentarsi, chiedere aiuto, capire gli avvisi principali, ordinare al bar della mensa. Un traguardo vicino all'A1.
- Entro 6–12 mesi: autonomia di base. Seguire conversazioni semplici, gestire piccole pratiche, partecipare alle chiacchiere informali. Un livello intorno all'A2.
- Nel medio periodo: per chi deve lavorare in italiano, puntare al B1 e poi al B2, con tempi che variano molto da persona a persona.
Definite obiettivi diversi per ruoli diversi. A un ingegnere che lavora in un team internazionale può bastare un italiano sociale; a chi è a contatto con i clienti serve molto di più.
Ricordate anche che il punto di partenza conta: per chi parla spagnolo, portoghese o francese l'italiano è molto più vicino che per chi parla ucraino o turco.
Quanto tempo dedicare: minuti, non ore
Un programma sostenibile funziona meglio di uno ambizioso che viene abbandonato dopo un mese.
- 10–15 minuti al giorno di pratica individuale, anche in orario di lavoro se possibile, costruiscono una base solida.
- Una sessione di gruppo a settimana (30–60 minuti), con un insegnante o un collega volenteroso, aggiunge conversazione e motivazione.
- Occasioni informali: un pranzo a settimana «in italiano», un tandem tra colleghi italiani e stranieri, un piccolo glossario dei termini usati in azienda.
Riconoscere una parte del tempo di studio come orario di lavoro manda un messaggio forte: l'azienda ci crede davvero.
Come impostare il programma
- Fate un'analisi iniziale. Chi ha bisogno di cosa? Un breve test di livello e un colloquio aiutano a capire punti di partenza e obiettivi.
- Offrite strumenti flessibili. Turni, trasferte e smart working rendono difficili gli orari fissi. Un'app che si usa in qualsiasi momento si adatta meglio.
- Partite dal vocabolario utile. Sicurezza, procedure interne, nomi di reparti e attrezzature, formule per le email.
- Coinvolgete i colleghi italiani. Chiedete loro di parlare un po' più lentamente, di non passare subito all'inglese, di correggere con gentilezza se richiesto.
- Celebrate i progressi. Un riconoscimento pubblico (con il consenso della persona) per chi raggiunge un traguardo motiva tutto il gruppo.
Cosa misurare (e cosa no)
Misurare aiuta a capire se il programma funziona, ma attenzione a non trasformarlo in uno strumento di controllo.
Indicatori utili, in forma aggregata:
- partecipazione: quante persone usano gli strumenti messi a disposizione;
- regolarità: quanti giorni o minuti a settimana, in media, dedica il gruppo;
- progressi di livello, rilevati con test periodici;
- soddisfazione: un breve sondaggio anonimo ogni tre mesi;
- effetti indiretti: permanenza in azienda, partecipazione ad attività sociali, feedback dei responsabili.
Da evitare:
- usare i dati di studio individuali nelle valutazioni delle prestazioni;
- classifiche pubbliche non volontarie;
- pressioni o richiami per chi studia meno.
L'apprendimento di una lingua è personale e a volte faticoso. Il programma deve essere un'opportunità, non un obbligo vissuto con ansia.
Privacy: un aspetto da non sottovalutare
I dati sull'apprendimento (livelli, tempi, errori) riguardano le persone e vanno trattati con attenzione, nel rispetto del GDPR e delle normative sul lavoro.
- Informate chiaramente su quali dati vengono raccolti, da chi e per quale scopo.
- Limitate i dati a ciò che serve davvero a gestire il programma.
- Preferite i dati aggregati per i report alla direzione.
- Coinvolgete il responsabile della protezione dei dati (DPO), se presente, prima di avviare il progetto.
Uno strumento pensato per i team
Parlumi Teams permette alle aziende di offrire alle proprie persone un corso di italiano dal livello A1 al C2, con lezioni brevi che si possono fare anche in pochi minuti al giorno. Un punto interessante per i team internazionali: si può imparare l'italiano partendo da 12 lingue diverse, tra cui inglese, spagnolo, francese, portoghese, tedesco, polacco, ucraino e turco, con spiegazioni scritte per chi parla quella lingua. Trovi più informazioni nella pagina dedicata alle aziende: Parlumi per le aziende.
In sintesi
Aiutare un team internazionale con l'italiano non richiede budget enormi né piani complicati. Servono obiettivi realistici, un po' di tempo riconosciuto ogni settimana, strumenti flessibili, colleghi coinvolti e rispetto per la privacy di ciascuno. Il risultato è un'azienda in cui tutti si sentono un po' più a casa.